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La guerra di Erdogan

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Mentre centinaia di manifestanti  protestavano a Istanbul  il 5 marzo  contro la decisione del tribunale di porre sotto amministrazione il più diffuso giornale turco, Zaman,  controllato dal gruppo Feza,  è intervenuta la polizia che ha usato gas lacrimogeni e idranti per entrare nella sede del quotidiano. Le forze di sicurezza hanno disperso i dimostranti, abbattuto un cancello e scortato all’interno i nuovi dirigenti nominati dal tribunale. Cacciati i dipendenti che lavoravano a un ultimo numero indipendente del giornale. Il direttore Abdulhamit Bilici ha  parlato di “giorno nero per la democrazia”.

Il giorno precedente era giunta la lettera di licenziamento al direttore del giornale e al giornalista Bulent Kenes. Poi è stato oscurato il sito web dell’agenzia di informazione Cihan, che fa parte del gruppo. Molti media turchi non hanno offerto una  copertura completa sul commissariamento del quotidiano per il timore di subire rappresaglie simili.

Il gruppo Feza era stato commissariato dal tribunale di Istanbul per ‘propaganda terroristica’, presunto sostegno al cosiddetto ‘stato parallelo’, l’apparato di potere legato all’imam Fethullah Gulen, miliardario e nemico acerrimo del presidente Recep Tayyip Erdogan, da anni espatriato negli stati Uniti. La mossa aveva provocato lo sdegno e la protesta dell’opposizione turca e di molte ong internazionali. La decisione della corte coincide con l’intensificazione della campagna del governo contro il movimento islamico moderato creato da Gulen, che ha sede negli Stati Uniti.

Quello su Zaman è l’ultimo atto di ostilità contro la stampa da parte del governo.  Negli ultimi tempi ci sono state molte azioni giudiziarie contro i media critici verso il presidente Erdogan. Da  anni la stampa di opposizione turca subisce attacchi.  Due anni fa  la polizia aveva arrestato un altro direttore di Zaman, Ekrem Dumanli, considerato vicino a Fethullah Gulen.  L’anno scorso la polizia aveva preso il controllo – in diretta televisiva – della regia di due emittenti vicine all’opposizione, Bugun tv e Kanalturk, di proprietà del gruppo Koza-Ipek.

Zaman vende 650mila copie ogni giorno, la maggior parte attraverso abbonamenti. Solo quattro anni fa Erdogan e l’attuale premier Ahmet Davutoglu erano in prima fila alle celebrazioni per i venticinque  anni dalla nascita del giornale. Ma poi, nel dicembre 2013 scoppiò la ‘tangentopoli turca’  – con casi di corruzione che hanno coinvolto anche familiari di ministri e chiamato in causa anche il figlio del presidente. Un caso orchestrato, secondo Erdogan, proprio da Gulen per rovesciarlo.  Da allora Zaman è diventata una delle maggiori voci di opposizione in Turchia e i suoi responsabili sono finiti sempre più nel mirino del potere politico.

I ripetuti attacchi ai mezzi di informazione destano grande preoccupazione a livello internazionale. Uno spiraglio sembrava essersi aperto pochi giorni prima del commissariamento di Zaman con la decisione di un tribunale di scarcerare dopo tre mesi di detenzione il direttore e il caporedattore del quotidiano  Cumhuriyet, autori dell’inchiesta che ha svelato un passaggio di armi dalla Turchia alla Siria su convogli scortati dai servizi segreti turchi. Armi pesanti nascoste sotto i cartoni di medicine, riprese e fotografate dai due giornalisti, definiti ‘spie’ dal presidente Erdogan. Devono affrontare un processo nel quale rischiano l’ergastolo.

Il Consiglio d’Europa parla di “interferenza molto grave nella libertà dei media, che non dovrebbe avere luogo in una società democratica” e il Comitato per la protezione dei giornalisti (Committee to Protect Journalists) si dice “allarmato” per il tentativo di “soffocare i residui di giornalismo critico in Turchia”, mentre Human Rights Watch denuncia una “censura scandalosa”.

Il Commissario europeo per la Politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, Johannes Hahn, si è dichiarato “estremamente preoccupato” per il commissariamento del giornale Zaman, dicendo che “mette in pericolo i progressi fatti dalla Turchia in altri ambiti”. La Turchia, come Paese candidato, deve rispettare la libertà dei mezzi di comunicazione”, ha detto  Hahn.

18.03.2016

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1 Commento

  1. Stefania Anelli Marzo 20, 19:28

    Molto interessante, grazie.

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