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Tribunale dell’Aja: sì alla pulizia etnica

Tribunale dell’Aja: sì alla pulizia etnica

Tribunale dell’Aja: sì alla pulizia etnica
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Durante la guerra con la Croazia, nel 1991, Vojislav Šešelj disse che i suoi uomini usavano un cucchiaio arrugginito per cavare gli occhi ai loro nemici, anche se poi disse che si trattava di  umorismo nero.  Nel conflitto che lacerò  l’ex Jugoslavia  guidava gli squadroni paramilitari che ebbero un ruolo di primo piano nella pulizia etnica della Serbia. Reclutava una milizia crudele per  realizzare il suo sogno di una Grande Serbia.  Šešelj è stato processato per crimini di  guerra a  L’Aja  davanti al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Il 31 marzo  il Tribunale lo ha dichiarato in primo grado innocente.  Lo stesso Tribunale aveva  condannato la settimana precedente in primo grado a quarant’anni di reclusione e non all’ergastolo,  Radovan Karadžić, leader dei serbo  bosniaci durante la guerra. Karadžić è stato giudicato colpevole di  genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità per  il massacro di Srebrenica – diecimila musulmani bosniaci uccisi – per l’assedio di Sarajevo  e per le altre campagne di pulizia etnica contro i civili non serbi durante la guerra in Bosnia. Šešelj è stato invece dichiarato non colpevole di tutti i nove capi di imputazione, di cui tre crimini contro l’umanità – persecuzione, deportazione e trasferimento forzato – e sei crimini di guerra – omicidio, tortura e trattamento crudele, distruzione gratuita e insensata, distruzione o volontario danneggiamento a istituzioni con fini religiosi o educativi, saccheggio di proprietà pubblica e privata. Non colpevole per mancanza di prove o perché l’accusa non ha saputo fornire evidenti prove, oltre ogni ragionevole dubbio, che il suo ruolo come leader del Partito radicale serbo o i suoi discorsi abbiano influenzato i miliziani nel commettere i crimini. Il  verdetto potrebbe avere grandi implicazioni per la giustizia internazionale.

Šešelj, nato in Bosnia nel 1954, fu  imprigionato dal regime comunista della Jugoslavia nel 1984 per le sue idee nazionaliste serbe.  Quando crollò la Jugoslavia  tentò di applicare la sua idea di Grande Serbia, con incorporata la maggior parte della Bosnia, della Croazia e tutta la Macedonia. Per Slobodan Milošević, l’allora leader serbo,  Šešelj è stato uno strumento politico utile. Il suo Partito radicale serbo riuscì ad ottenere i voti di coloro considerati troppo a destra per sostenere Milošević ma nello stesso tempo  Šešelj appoggiava Miloševič in parlamento. Ma più che per la sua politica, Šešelj era noto per la sua milizia, composta di elementi  fuorilegge e assassini. Quando entrambi persero il potere, Šešelj fu apertamente accusato di crimini di guerra contro i civili.  ‘Le mie milizie agivano sotto il comando dell’esercito jugoslavo o degli eserciti dei serbo bosniaci e serbo croati’, è l’argomento portato avanti, e accolto, dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.  Secondo la  Corte dell’Aja le milizie di Šešelj nelle aree contestate erano  presenti non per cacciare croati e musulmani di Bosnia dalle loro case ma per ‘ragioni umanitarie’. E le sue incitazioni all’assassinio, allo sterminio e alla pulizia etnica erano semplicemente un mezzo per ‘galvanizzare le forze serbe’.

Com’era prevedibile, i leader croati e bosniaci hanno reagito con rabbia al verdetto, mentre i  leader della Serbia si trovano in una posizione difficile. Tomislav Nikolić, co-fondatore del Partito radicale serbo di  Šešelj, è ora presidente della Serbia. Aleksandar Vučić, ex stretto collaboratore di Šešelj, è ora primo ministro e ha visto confermare, con il 50 per cento dei voti, la sua leadership nelle recenti elezioni in cui la posta in gioco riguardava l’avvicinamento della Serbia all’Unione Europea e di cui era paladino. E Šešelj continua a fare politica. Usando gli stessi slogan di allora, ha attaccato i suoi ex compagni di partito, Nikolic e Vučić, ha bruciato bandiere della Croazia, degli Stati Uniti, dell’Unione europea, della NATO riuscendo a raggiungere il 10 per cento dei voti.

Fra gli ex nemici dei serbi, i croati e i musulmani bosniaci,  la rabbia e delusione per la decisione a L’Aja non si placano. Muharem Sinanovič è un musulmano sopravvissuto ai massacri. Vive in un villaggio nei pressi di Zvornik, nella Bosnia orientale e le ferite sono ancora aperte: “I crimini di guerra di cui Šešelj è accusato si continuano a commettere ancora oggi nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina”, racconta. “Ci siamo abituati. Abbiamo una pelle dura e viviamo nella speranza che un giorno giustizia sarà fatta”.

I verdetti di questo  Tribunale dell’Aja  sembrano aver seguito una linea inconsistente.  Figure di primo piano  di ognuna delle parti nella guerra nell’ex Jugoslavia  sono state liberate in appello.  Non è di buon auspicio per il futuro della giustizia internazionale.  Nei Balcani, il verdetto non potrà che incoraggiare i nazionalisti serbi a sostenere che non hanno  fatto nulla di male nella guerra. E presumibilmente lo stesso  ragionamento sarà portato avanti  dai nazionalisti croati, bosniaci e kosovari albanesi.

07.04.2016

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