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Myanmar nuova apartheid

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Quando il mese scorso  un barcone si rovesciò  al largo di Myanmar (ex Birmania) uccidendo una ventina di persone appartenenti alla comunità Rohingya, il nuovo ambasciatore americano a Myanmar in un comunicato espresse le sue condoglianze usando la parola Rohingya. Centinaia di dimostranti manifestarono la loro rabbia davanti all’ambasciata americana chiedendo agli Stati Uniti di non nominare più quella parola.  Poco dopo, la stessa Aung San Suu Kyi,  ministro degli esteri e Consigliere di Stato,  ha chiesto all’ambasciatore americano di non usare il termine ‘Rohingya’. “Non sono riconosciuti fra i 135 gruppi etnici ufficiali  del Paese”, ha precisato un portavoce del governo. “L’uso del termine non aiuta il processo di riconciliazione nazionale.” L’apparente concessione agli estremisti è stata salutata con entusiasmo dall’Associazione nazionalista per la Protezione della Razza e della Religione.   In un documento ufficiale del governo si legge: “Myanmar non accetta e non riconosce il termine Rohingya che non è mai esistito nella storia del Paese. La questione della cittadinanza sarà risolta in accordo con la legge sulla cittadinanza del 1982”.  La legge  stabilisce che solo i gruppi etnici che insediatisi nel Paese prima del 1823 sono riconosciuti come cittadini birmani.

Eppure, la lunga storia dei Rohingya e della regione di Rakhine dove vivono nel nord ovest di Myanmar contraddicono le affermazioni del governo. Il regno medioevale di Arakan,  l’attuale regione di Rakhine, era un tempo centro illuminato di cultura e commercio, miscuglio pacifico di buddismo e islam. Il regno cosmopolita e la sua capitale Mrauk U vennero  descritti da un missionario gesuita portoghese nel diciassettesimo secolo come una ‘seconda Venezia’. I viaggiatori e scrittori dell’epoca spesso la paragonavano ad Amsterdam o Londra. Verso la fine del diciottesimo secolo le conquiste militari dell’allora re di Birmania trasformarono il regno di Arakan in una regione oppressa periferica. Cominciarono a circolare racconti di soldati birmani che catturavano i Rohingya imprigionandoli in gabbie di bambu per poi bruciarli vivi. Oppure li usavano  come schiavi nei lavori più pesanti. Quando il generale Ne Win assunse il potere nel 1962 inaugurò una politica di ‘myanmarizzazione’, basata su ultranazionalismo e razza pura associati all’idea di un’unica etnia Myanma e un’unica fede, il buddismo. Dalla lista dei gruppi etnici vennero esclusi i Rohingya perché non appartenevano all’etnia Myanma e non erano buddisti. La legge sulla cittadinanza del 1982 li dichiarò ufficialmente stranieri nella loro terra. Ma non fece altro che ufficializzare ciò che veniva già attuato sul terreno attraverso la cosiddetta Operazione Naga Min –  Operazione Re Dragone. All’interno della regione i cittadini venivano  interrogati  e poi dichiarati ‘cittadini’ oppure ‘immigrati illegali’. Il risultato furono arresti arbitrari, violenze, stupri, distruzione di moschee, di interi villaggi e confisca delle terre dei Rohingya. Mezzo milione di Rohingya fuggirono a nord, nel Bangladesh. Molti furono  poi rimpatriati e soggetti a nuove torture, stupri, detenzioni. Nel 1991, l’anno dell’assegnazione del premio Nobel ad Aung San Suu Kyi, i militari lanciarono la cosiddetta Operazione Pulizia e Bella Nazione. Di nuovo violenze e un esodo di duecentomila Rohingya verso il Bangladesh. L’accordo sul rimpatrio di profughi dal Bangladesh a Myanmar, firmato dai due Paesi nel 2011 ha escluso  la popolazione Rohingya perché priva di cittadinanza. L’anno dopo scoppiarono violenze della regione di Rakhine fra buddisti e musulmani con oltre cento morti. Molti tentarono la via del mare verso Malesia, Indonesia, Thailandia con barconi improvvisati, in attesa di un rifugio che nessuno vuole concedere. Abbandonati su barconi alla deriva, una volta esauriti acqua e viveri,  se non riescono ad approdare a riva, muoiono.  Altre migliaia di Rohingya vennero deportati vicino al confine del Bangladesh, dove sono tuttora.  L’accesso ai campi Rohingya a Myanmar viene negato anche agli enti umanitari mentre circa mezzo milione di Rohingya sono attualmente in campi profughi in Bangladesh, dove l’accesso è talvolta consentito.  Ma neanche qui li vogliono.

“Qui non c’è rispetto per i Rohingya” racconta una donna. “Non ci danno un tetto. Ci dicono ‘tu sei birmana’, non c’è posto qui per te. Non possiamo aiutarti. Non hai una carta d’identità. Un uomo un giorno mi ha detto di andare a Chittagong dove mi avrebbe fatto lavorare.  Sono andata. Due giorni dopo ho scoperto che stava per vendermi. Ero terrorizzata e ho cominciato a piangere.”

“C’erano molte altre ragazze che cercavano di aiutarmi” racconta un’altra ragazza. “Mi hanno dato una moneta. Mi hanno detto di mostrarla alla guardia all’ingresso. Se mi avesse chiesto ‘dove vai’ avrei dovuto dire ‘vado al mercato’. Ho detto alla guardia che andavo a comprare dello shampoo.  Quando sono uscita dal campo le ragazze mi hanno passato i miei vestiti dall’altra parte del muro e sono scappata via. C’era questo ragazzo. Voleva che andassi  via con lui  ma io non volevo. Una sera sono andata al bagno. Mi ha preso con la forza. Gridavo, ma nessuno sentiva. Gridavo ancora più forte. Poi mia madre e mia sorella sono arrivate.”

23.05.2016

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