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Niente scuse

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hiroshima

6 agosto 1945. Ore 8 e 15.  Una luce accecante a 600 metri di altezza squarcia il cielo di Hiroshima. Un fungo gigantesco, silenzioso,  attraversato da bagliori di fuoco sale verso l’alto. Una ventata terrificante. Palazzi e case si volatizzano. Nel raggio di due chilometri ogni essere vivente scompare carbonizzato all’istante.  Un po’ più lontano la gente è coperta da brandelli di pelle deformata dal calore.

9 agosto 1945. Ore 2 e 50 del mattino. Un B29 americano parte dall’arcipelago delle Marianne. Alle 9 e 50 raggiunge Kokura, nell’isola di Kyushu, Giappone meridionale. Il cielo si rannuvola. Il piano viene variato. L’aereo si dirige più a sud, a Nagasaki, sede di fabbriche militari, dove il tempo è bello. Alle 11 e 2 minuti appare “una luce molte volte più brillante del sole”, racconta il dottor Takeshi Nagai nel suo libro ‘Le Campane di Nagasaki’.  120mila saranno i morti a Hiroshima, 75mila a Nagasaki.  Altre migliaia moriranno per le radiazioni e le ustioni. Altre 330mila soffriranno le conseguenze delle due uniche bombe atomiche mai sganciate nella storia dell’umanità.  Più giapponesi morirono per i bombardamenti di Tokyo che per l’atomica di Hiroshima e le due bombe nucleari  rappresentano insieme poco più del tre per cento di tutte le distruzioni del Giappone, ma il potenziale devastante  di un solo ordigno nucleare ancora oggi lascia sgomenti.

27 agosto 2016. Barack Obama a Hiroshima sul registro degli ospiti nel Parco della Pace scrive: “Abbiamo conosciuto l’agonia della guerra. Troviamo ora insieme il coraggio di diffondere la pace e perseguire un mondo senza armi nucleari.”  Accompagnato dal primo ministro giapponese Shinzo Abe, depone una corona di fiori ai caduti dell’atomica e pronuncia un discorso. “La rivoluzione scientifica che ci ha portati  alla scissione dell’atomo richiede anche una rivoluzione morale. E’ per questo che siamo venuti qui. Siamo nel mezzo di questa città sforzandoci di immaginare il momento in cui cadde la bomba. Ci sforziamo a percepire il terrore nei bambini, confusi da ciò che vedono. Stiamo ascoltando un grido silenzioso. Ricordiamo tutti gli innocenti uccisi in quella terribile guerra e le guerre precedenti e quelle successive. Ma le parole non riescono a dar voce a tale sofferenza.” E poi conclude: “Possiamo scegliere un futuro in cui Hiroshima e Nagasaki siano ricordati non come l’alba di una guerra nucleare ma come l’inizio di un nostro risveglio morale.”

Obama è  il primo presidente degli Stati Uniti a recarsi a Hiroshima. In un momento di grande commozione ha abbracciato un sopravvissuto dell’atomica, ma niente scuse. Una semplice frase ‘I am sorry’ non è uscita dalle labbra di Obama, come previsto dal copione. Il più potente Paese del mondo non ritiene di doversi scusare per le sofferenze inflitte dall’atomica alla popolazione civile.

Ma era necessario sganciare quella bomba? Le voci sono discordanti. Abbiamo salvato molte altre vite accelerando la fine della guerra dicono gli americani. Secondo altri è stata la prova sul terreno degli esperimenti in laboratorio. Per altri un avvertimento all’Unione Sovietica mentre si stava delineando l’ordine mondiale post-bellico. Il Giappone era già in ginocchio, non occorreva tutto questo, dicono i giapponesi, ancor meno a Nagasaki, quando il Giappone stava già meditando la resa.

Neppure il Giappone ha mai chiesto scusa per le atrocità commesse. Ogni 15 agosto nel tempio di Yasukuni a Tokyo si ripete un rituale. I giapponesi si inchinano, battono le mani due volte, si inchinano nuovamente. Yasukuni non è un tempio shintoista qualsiasi. Durante la guerra fu il simbolo di una religione di stato militarista. Fra le anime di due milioni e mezzo di caduti in cento anni di guerre vi dimorano anche le ceneri di criminali di guerra, venerate da parlamentari e uomini di governo, come il primo ministro Abe. Secondo la lobby dei ‘vecchi soldati’ bisogna dimostrare che il Giappone è stato ingiustamente condannato per il suo operato durante la guerra. I musei sulla distruzione di Hiroshima e Nagasaki e le conferenze su passato e futuro nucleare abbondano, ma nessun museo descrive gli orrori dell’unità 731, che vivisezionava i prigionieri per compiere esperimenti batteriologici.  Lo scoppio della bomba atomica è stato per il Giappone  come una catarsi storica e per molti ha cancellato qualsiasi responsabilità. Dopo il conflitto non vi è stata alcuna analisi spassionata. L’ordine mondiale imposto dagli americani per tenere a bada la minaccia comunista reintegrò molte persone che avevano ricoperto  cariche durante la guerra. Anche  l’Imperatore, per il quale i giapponesi erano convinti di combattere, è stato ‘salvato’.

Il Giappone non ha una Regina d’Inghilterra che assista a una messa a Dresda in suffragio delle decine di migliaia di civili morti sotto il fuoco dei bombardieri britannici. Non ha avuto un Willy Brandt che si inginocchi, come fece, nel ghetto di Varsavia. Non ne ha bisogno perché la bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki hanno lavato la coscienza del Giappone. L’aggressore è diventato vittima.

Nella vita di tutti i giorni i giapponesi si inchinano, si scusano ad ogni occasione, anche in situazioni apparentemente banali, per il timore di disturbare o creare il minimo fastidio. Ma nessun politico di rilievo e neppure il Parlamento, la coscienza del Paese, ha mai offerto le sue scuse per le terribili sofferenze inflitte durante il secondo conflitto mondiale. Nessun capo di governo giapponese si è mai scusato per il massacro di Nanchino, per le ‘donne di conforto’ coreane costrette  a servire i soldati giapponesi nei bordelli del fronte, per le atrocità commesse in tutta l’Asia e il Pacifico. Il premier Abe l’anno scorso ha offerto “eterne, sincere condoglianze” per i morti in Asia, ma non le scuse. Rammarico sì, scuse no. Nel giorno della visita di Obama a Hiroshima il  governo cinese ha affermato che le atrocità commesse dal Giappone sul suolo cinese meritano più attenzione del bombardamento di Hiroshima. Anche ventimila coreani costretti a lavorare nelle fabbriche da guerra giapponesi morirono a Hiroshima nel Parco della pace di Hiroshima non figurano. Dopo decenni  di proteste la comunità coreana è riuscita a ottenere un monumento che ricorda le vittime coreane, ma al di là del fiume che attraversa la città, lontano dal parco della Pace.

Cosa sarebbe accaduto se entrambi Stati Uniti e Giappone chiedessero scusa? Se Obama avesse chiesto perdono ai pochi sopravvissuti alla bomba atomica. Se il premier giapponese si fosse recato al di là del fiume, a inchinarsi davanti ai morti coreani e avesse chiesto perdono. Forse i discorsi e le parole ufficiali   avrebbero meno il sapore di retorica.

27.05.2016

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