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L’odore della tortura

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A una trentina di chilometri da Damasco, capitale della Siria, a 1500 metri di altitudine, si trova Saidnaya, città di 25mila abitanti. Ospita un monastero e una chiesa in cui musulmani e cristiani venerano la Madonna. Per secoli luogo di pellegrinaggio di cristiani, ha conservato il suo carattere sacro perfino durante il periodo delle Crociate. E anche i musulmani si recano a pregare nel Convento di Nostra Signora di Saidnaya.

Oggi, nella Siria della guerra civile, Saidnaya è conosciuta per il suo carcere militare. HRDAG – Gruppo di analisi dati per i diritti umani, organizzazione senza scopo di lucro che applica metodi scientifici nelle analisi sulle violazioni dei diritti umani nel mondo, ha divulgato un rapporto per conto di Amnesty International. Nel periodo dal 15 marzo 2011, cioè dall’inizio della guerra, fino al 31 dicembre 2015 ha documentato la morte di 12270 persone durante la loro detenzione nelle prigioni dei servizi segreti e di quella militare di Saidnaya. Utilizzando un metodo statistico chiamato stima di sistemi multipli (MSE) ha calcolato che in realtà le vittime di torture ed esecuzioni siano state 17723, una media di oltre 300 al mese, un numero che comunque è considerato sottostimato dalla stessa organizzazione. Sono state analizzate le esperienze di migliaia di detenuti  attraverso i casi di 65 sopravvissuti alle torture e alla prigionia.

Da decenni il governo siriano è ricorso alla tortura per fermare gli oppositori. Oggi la tortura viene usata sistematicamente contro chiunque sia sospettato di essere un oppositore del governo.I testimoni hanno raccontato di una ‘festa di benvenuto’ in cui vengono inflitte percosse e scosse elettriche.  Per le donne, talvolta anche per gli uomini, le ‘feste di benvenuto’ si tramutano in stupri e violenze. I detenuti raccontano anche di aver condiviso le celle con i cadaveri.  Per estrarre ‘confessioni’ o informazioni, alcuni metodi comuni si chiamano ‘dulab’ – il corpo di un detenuto viene contorto a arrotolato intorno a uno pneumatico, oppure ‘falaqa’ – frustate sulle piante dei piedi. Ad altri vengono strappate le unghie dei piedi o delle mani. Un ex detenuto racconta che nell’unità 235 dei servizi segreti militari a Damasco il sistema di ventilazione venne fermato per un intero giorno e sette prigionieri morirono. ‘Hanno cominciato a darci calci per vedere se eravamo morti’, racconta il sopravvissuto. ‘A me ed ad un altro ci hanno detto di alzarci. In quel momento mi sono accorto che sette persone erano morte. Poi ho visto altri morti nel corridoio, circa 25 corpi’.

Per coloro che riescono a sopravvivere, le torture di Saidnaya mirano a punire, umiliare e uccidere la dignità dei detenuti. Appena arrivano vengono messi in fredde celle sotterranee. Nessuno fornisce una coperta durante l’inverno. Il mangiare è scarsissimo. Alcuni si nutrono di bucce di arancia  e noccioli di oliva per non morire di fame. I prigionieri non possono parlare fra loro. Un detenuto ha raccontato che una guardia carceraria una volta ha costretto due detenuti, con la minaccia delle armi, a denudarsi e violentarsi a vicenda. Un avvocato di Aleppo ha trascorso oltre due anni nel carcere militare di Saidnaya. ‘Quando mi hanno messo in prigione’, racconta, ‘potevo sentire l’odore della tortura. E’ un odore particolare di umidità, sangue e sudore. E’ l’odore della tortura’.

20.08.2016

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