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Padre Teresa del Pakistan

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‘Imagine there’s no country….and no religion too… ‘ Immagina un mondo senza confini…e senza religione…’ Sono le parole di una delle più note canzoni di John Lennon. Un inno all’umanità, alla laicità, alla fratellanza, alla pace. In un Paese devastato dall’estremismo, Abdul Sattar Edhi non ha mai chiuso le porte dei suoi ospedali, orfanotrofi, dei suoi 250 centri di raccolta, ai poveri, ai disperati, ai senzatetto di ogni credo. Religione, casta, etnia non avevano alcun valore per lui. Tutti sono uguali. La sua Fondazione Edhi è oggi considerata la più grande organizzazione assistenziale dei Paesi in via di sviluppo. In quasi sessant’anni di servizio per i bisognosi ha raccolto ventimila bambini abbandonati, riabilitato cinquantamila orfani e formato decine di migliaia di infermiere. La sua fondazione possiede un parco macchine di almeno 1500 ambulanze. Operano un servizio di emergenza gratuito 24 ore su 24. Spesso arrivano prima di quelle dello stato, anche dopo un attentato terroristico. Trasportano ogni anno negli ospedali un milione di persone.

Tre mesi fa, l’8 luglio 2016, all’età di almeno 88 anni – neppure lui sapeva la sua età esatta – si è spento a Karachi colui che è da molti chiamato ‘Padre Teresa del Pakistan’. Il mese prima di morire l’ex presidente pakistano Asif Ali Zardari si offrì di farlo curare all’estero, ma Edhi disse che voleva solo un ospedale pubblico pakistano. Ha lasciato la moglie e quattro figli, da tempo impegnati nella sua fondazione. Decine di migliaia di persone hanno accompagnato il feretro avvolto nella bandiera nazionale. Un figlio ha rivelato che la fossa in cui Edhi è stato tumulato è stata scavata personalmente da suo padre venticinque anni fa.

Abdul Sattar Edhi era nato nello stato indiano del Gujarat, lo stesso in cui nacque Mahatma Gandhi. Nel 1947, poco più che ventenne, emigrò in Pakistan, la repubblica creata il 14 agosto di quell’anno dalle ceneri dell’impero britannico per accomodare i musulmani dell’India. Due milioni di persone morirono negli scontri fra indù e musulmani alla spartizione dell’India. Karachi aveva allora trecentomila abitanti. Oggi ne conta venti milioni. Il padre manteneva la famiglia con il suo lavoro di commerciante tessile. Nella sua autobiografia Edhi racconta che la madre gli insegnò a dare ai poveri ogni giorno metà del denaro che aveva in tasca. Se non lo faceva lo sgridava. Nel libro ricorda le parole della madre: “sei egoista, sei uno che non ha niente da dare. Che razza di essere umano sei? Guarda l’avarizia nei tuoi occhi…” Accudì la madre moribonda.  Lavava il suo corpo consunto, le sistemava i capelli. “La prima notte dopo la sua morte”, ha scritto, “ho deciso di dedicare la  mia vita al servizio dell’umanità.”

Quando nel 1957 scoppiò l’epidemia di influenza asiatica, che causò nel mondo la morte di due milioni di persone, Edhi allestì delle tende dove distribuiva medicinali gratuitamente. In un Paese profondamente credente non fu difficile per Edhi raccogliere donazioni. Zakat è l’obbligo religioso, prescritto dal Corano, di versare il 2,5 per cento dei proprio reddito a bisognosi e opere di carità. È uno dei cinque pilastri dell’Islam.  Molti concittadini, in segno di gratitudine, cominciarono a elargire donazioni. Edhi stesso chiedeva a chiunque di donare denaro. Nacque così la Fondazione Edhi. Parte delle donazioni proviene da cittadini pakistani residenti all’estero.

Durante le innumerevoli emergenze che da decenni affliggono il Pakistan – terremoti, inondazioni, attentati – la sua fondazione è sempre in prima linea. Spesso era lui alla guida di un’ambulanza, a raccogliere vittime di autobombe, di sparatorie fra bande rivali, di incidenti stradali. Per curare i vivi e seppellire i morti. Le frequenti sanguinose sparatorie fra bande rivali in alcuni quartieri di Karachi si interrompono per far passare le ambulanze con la scritta Edhi. La fondazione gestisce anche un obitorio in cui arrivano ogni giorno decine di cadaveri, molti dei quali senza un nome. Edhi, musulmano, ha ricomposto e custodito i resti del giornalista ebreo americano Daniel Pearl, rapito e ucciso a Karachi nel 2002 da Al-Qaeda. In un Paese in cui 96 abitanti su cento sono musulmani, a chi gli chiese ‘perché aiuti anche indù e cristiani’, rispose: “Perché le mie ambulanze sono più musulmane di te.”  La sua devozione per l’assistenza ai poveri, agli ammalati, agli orfani, ai drogati, ai senzatetto, lo rese un’icona fra la sua gente. Per la fondazione che porta il suo nome non ha mai accettato donazioni da governi o enti internazionali. Solo da cittadini privati, che quando venivano a consegnargli il loro denaro gli chiedevano di posare per una foto. “Non sono mai stato una persone molto religiosa” ha detto in un’intervista a un giornale pakistano. “La mia religione è servire l’umanità.”

Non ha mai negato la sua avversione per la classe dirigente pakistana. “Proprietari terrieri, religiosi, politici. Sono tutti predatori”, diceva. Nel 1982 pronunciò un discorso al Parlamento in cui denunciò la corruzione, rivolgendosi ai politici: “Un giorno la gente si solleverà e abbatterà questi muri che imprigionano il suo futuro. Ricordatevi le mie parole prima di trovarvi voi stessi prede anziché predatori.”

Ha più volte operato all’estero, in molti Paesi musulmani, dal Bangladesh durante la devastazione causata dei cicloni, al Libano durante la guerra civile, ma anche nel Caucaso, nell’Europa dell’est, negli Stati Uniti. Nel 2005 la sua fondazione ha donato centomila dollari alle vittime dell’uragano Katrina. Ha ricevuto numerosi onorificenze di prestigio in tutto il mondo, come il Premio Magsaysay per il Servizio Pubblico, nelle Filippine e il Premio Lenin per la Pace. Nel 2000 gli è stato conferito in Italia il Premio Balzan per l’umanità, la pace e la fratellanza fra i popoli, con la seguente motivazione: ‘per il suo altruistico lavoro, durato tutta la vita, a favore dei più poveri e della pace; per essere sempre andato alla ricerca di chi ha bisogno e di cui nessuno si cura.’ Nei suo sessant’anni di storia il premi,o nella sezione umanità, pace e fratellanza fra i popoli, è stato assegnato soltanto ad altre quattro persone, fra cui Madre Teresa e Giovanni XXIII.

Eppure la sua notorietà è rimasta confinata al mondo islamico. Più di una volta è stato fermato all’estero nei controlli di sicurezza. Negli anni ottanta venne arrestato da soldati israeliani mentre entrava in Libano per portare aiuti ai profughi palestinesi nei campi colpiti dagli aerei israeliani. Nel 2008 venne fermato all’aeroporto di New York per otto ore e gli venne confiscato il passaporto. Edhi riferì che durante l’interrogatorio gli era stato chiesto perché si recasse così spesso negli Stati Uniti. “Ho spiegato il lavoro che facevo”, raccontò, “ma non mi capivano. Volevano anche sapere perché non vivessi negli Stati Uniti visto che avevo la green card, il permesso di lavoro.” E alla domanda su perché venisse fermato così spesso ha risposto: “forse per la mia barba e i miei vestiti.” L’anno seguente al Cairo voleva recarsi nella striscia di Gaza per assistere i feriti palestinesi dopo i bombardamenti israeliani che uccisero 1400 persone, ma Israele gli negò il visto.

Fino all’ultimo ha continuato a vivere da uomo semplice in una piccola stanza di uno dei suoi centri di accoglienza a Karachi. Dormiva su un materassino sottile adagiato su un pezzo di legno, come un Mahatma Gandhi del ventunesimo secolo. Indossava sempre un shalwaar kameez, pantaloni larghi di cotone con sopra un camicione e in testa un berretto di pelle di pecora.  “Sono un medicante per i poveri”, andava dicendo. “Servire l’umanità è la vera jihad.”  Sopra la sua stanza da letto c’è un orfanotrofio che ospita decine di bambini, molti abbandonati dalle loro madri su una culla posata molti anni fa davanti ai suoi centri.

Malala Yousafzai, sua connazionale, Nobel per la pace nel 2014, vorrebbe nominare Edhi per il premio Nobel, che in alcune occasioni è stato assegnato alla memoria. “Durante il mio lavoro”, ha scritto il giornalista britannico Peter Oborne, “ho incontrato presidenti, primi ministri, sovrani regnanti. Fino quando non incontrai Abdul Sattar Edhi, non avevo mai conosciuto un santo. Poco dopo avergli stretto la mano, sapevo di essere davanti a una grande figura morale e spirituale.”

08.10.2016

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