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Il Massacro dei Sikh

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sikhs-1984

Ogni anno all’approssimarsi del 31 ottobre la comunità sikh chiede giustizia. E’ così da trentadue anni. Da quella sera del 1984 quando una folla inferocita a Delhi e in altre città dell’India si scatenò in una caccia mortale ai sikh. Indira Gandhi, primo ministro, alle 9 e 20 del mattino di quel giorno camminava nel giardino della sua residenza a Nuova Delhi per recarsi nell’ufficio per un’intervista. Vicino al cancello incrociò due guardie del corpo, Satwant Singh e Beant Singh, entrambi sikh. Beant Singh era una delle più fidate guardie, da dieci anni al suo servizio. Satwant Singh era lì solo da sei mesi. Entrambi aprirono il fuoco, trenta colpi. Poi gettarono a terra le armi e Beant Singh disse: “Ho fatto quello che dovevo fare.” Indira Gandhi morì nel pomeriggio all’ospedale.

Non appena la tv di stato Doordarshan diffuse la notizia si scatenò l’inferno. Per quattro giorni Delhi fu una città in stato d’assedio. Si scatenò la vendetta degli indù contro i sikh, al grido di ‘khun ka badla khun’, vendicheremo il sangue con il sangue, con in mano taniche di benzina e fiammiferi. Facili da individuare con il loro turbante in testa. Braccati strada per strada, casa per casa, auto per auto. Venivano prelevati dalle loro case o trascinati fuori dalle loro vetture, bastonati a morte o dati alle fiamme. Ad altri sikh mettevano intorno al collo pneumatici in fiamme. Negozi e abitazioni dei sikh venivano depredati e incendiati. I gurdwara, i templi di culto sikh, vennero assaltati e dati alle fiamme. La parola d’ordine era ‘insegniamo ai sikh una lezione.’ L’India era governata dal Congresso, il partito di Indira Gandhi. Secondo testimoni una parte delle forze dell’ordine partecipò alla violenza incitando la gente alla vendetta. Altri agenti semplicemente non intervennero.  Le cifre ufficiali parlarono di duemilaottocento morti in India di cui duemilacento a Delhi. Secondo alcune stime i morti in tutta l’India furono diecimila, tremila a Delhi.

L’intero Paese era in preda alla frenesia assassina anti-sikh. Satpal Singh, vive ora negli Stati Uniti e ricorda bene ciò che accadde. Aveva allora trentadue anni. Viaggiava in treno verso Amritsar, nel nord dell’India. Il treno fece una fermata non prevista in una stazione. Una folla entrò nel suo compartimento e lo trascinò fuori, lo picchiarono selvaggiamente e lui perse conoscenza. Forse pensavano che fosse morto  e così la folla cercò altri sikh. Un uomo gli si avvicinò e vide che era vivo e gli disse: “Alzati e sali sul treno in fretta. Se si accorgono che sei vivo ti lapideranno.” Così si salvò.

Le due guardie del corpo non perdonarono a Indira Gandhi  l’operazione Blue Star. Da alcuni anni un movimento sikh mirava alla separazione dall’India, guidato da un leader religioso, Jarnail Singh Bhindranwale. Insieme a un gruppo armato si era rifugiato nel Tempio d’Oro di Amritsar, da quattrocento anni il più sacro luogo di culto per i sikh. Indira Gandhi fece scattare l’operazione Blue Star. Inviò i soldati nel tempio per costringere i rivoltosi ad arrendersi. Insieme ai soldati mandò i carri armati a stanare i separatisti e a sparare. La battaglia durò tre giorni. Centinaia i morti, forse migliaia. Anche molti fedeli presi in trappola dal fuoco incrociato.

Il Tempio d’Oro di Amritsar, a settecento chilometri da Delhi, è luogo più sacro per i sikh. In sanscrito sikh significa discepolo. I sikh sono circa ventiquattro milioni, di cui ventidue in India, meno del due per cento della popolazione indiana. Vivono per lo più nella regione del Punjab, dove sono la maggioranza. In Italia la comunità conta settantamila persone, impiegate soprattutto in agricoltura nelle zone di Reggio Emilia e Vicenza. Praticano il Sikhismo, una delle quattro religioni originarie dell’India, insieme a buddismo, induismo e giainismo.  Religione monoteista staccatasi dall’induismo nel quindicesimo secolo, ha assorbito alcuni elementi dell’induismo e dell’islam. Ma contrariamente agli indù non adorano immagini e oggetti religiosi e rifiutano il rigido sistema delle caste. Gli uomini non si tagliano mai barba e capelli. E’ un segno di sottomissione alla volontà di Dio.  Per un sikh portare il turbante fa parte della sua identità culturale, oltre che religiosa e viene rimosso solo prima di coricarsi. Per questo in India e in altri Paesi, comprese Gran Bretagna e Australia, sono esentati dall’indossare il casco protettivo in motocicletta.

A trentadue anni di distanza nessuno è stato condannato né perseguito per le violenze anti-sikh. Una decina fra commissioni e comitati ha esaminato ciò che accadde, compreso il ruolo di ufficiali delle forze dell’ordine. La polizia ha registrato 587 denunce, ma quasi metà sono state archiviate per mancanza di prove. Il governo incaricò nel 2000 un ex giudice della Corte Suprema, Girish Nanavati, di indagare e produrre una relazione entro sei mesi. La commissione impiegò quattro anni per presentare un rapporto di 349 pagine. E’ scritto che l’amministrazione civile ha sbagliato a non chiedere subito l’intervento dell’esercito e che esistevano indizi credibili contro leader locali appartenenti al partito del Congresso. Vengono nominati due politici, Sajjan Kumar e Jagdish Tytler, che ‘molto probabilmente’, scrive il rapporto, ebbero un ruolo nell’organizzare gli attacchi contro i sikh. Ma viene aggiunto che ‘non avendo raccolto denunce separate e neppure testimonianze e non avendo proceduto con indagini accurate sul caso, è diventato difficile per la commissione individuare i passi da compiere contro molte delle persone nominate dai testimoni.’ E il governo decise di non procedere. Ma la pressione politica non si allentò. La comunità sikh continuò a chiedere giustizia, anno dopo anno. E nel febbraio 2015 il governo assegnò a un gruppo investigativo speciale il compito di riaprire i casi archiviati.

Simran Jeet Singh, docente nel dipartimento di religioni al Trinity College di San Antonio, Texas, così ha scritto nella rivista americana Time: “Il termine comunemente impiegato per descrivere la violenza anti-sikh del 1984 è ‘disordini’. La parola disordine implica atti casuali di violenza disorganizzata. Evoca immagini di caos che sopraffanno le forze dell’ordine e il governo preposti a proteggere la gente. Le violenze anti-Sikh del 1984 non erano disordini. I massacri non erano spontanei, anomali o disorganizzati. Secondo il rapporto, sollecitato con ritardo dal governo indiano nel 2000 ‘senza il sostegno e l’aiuto di persone influenti e pieni di risorse, l’uccisione così rapida e in gran numero di Sikh non sarebbe potuta accadere.’ La nostra mancanza nel definire adeguatamente il problema ha portato a una mancata riposta appropriata; né il governo indiano né la comunità internazionale hanno trattato la violenza per quello che è – un crimine contro l’umanità.”

Khushwant Singh, uno dei più noti scrittori indiani, morto due anni fa all’età di novantanove anni, ha scritto nel 2005 sul settimanale indiano Outlook un articolo dal titolo ‘Victory To The Mob’ – Vittoria alla folla: “La violenza anti-Sikh del 1984 rimarrà una macchia sul volto del nostro Paese per molto tempo ancora. Nessuno prenderà sul serio le conclusioni di queste commissioni.  Lasceremo agli storici la cronaca degli eventi che hanno portato a questa tragedia e all’ingiustizia che ne è seguita. Alcune lezioni salutari che l’esperienza ci ha insegnato dovrebbero essere tenute in mente dai nostri leader. La più importante è capire che un crimine non punito fa nascere criminali. Un’altra cosa ugualmente importante da tenere in mente è che lo Stato non deve mai abdicare al monopolio della punizione dei criminali. Se trascura il suo dovere o ritarda l’amministrazione della giustizia oltre i limiti di sopportazione, incoraggia la parte lesa a prendere la giustizia nelle sue mani e a regolare i conti con chi l’ha offeso. Se non impariamo da queste lezioni adesso, avremo altri olocausti negli anni a venire.”

16.10.2016

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