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Il Genocidio dei Popoli Indigeni

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Un gruppo di indigeni nella valle di
Un gruppo di indigeni nella valle di Javari nell’Amazzonia brasiliana mai venuto in contatto con il mondo esterno. Almeno duemila indigeni vivono isolati nella foresta amazzonica al confine fra Brasile e Perù.

La municipalità di São Gabriel de Cachoeira, nell’estremità nord-occidentale dell’Amazzonia brasiliana, è grande un terzo dell’Italia. Oltre al portoghese vi sono altre tre lingue ufficiali, Nheengatu, Tukano e Baniwa. Qui vi è la maggiore concentrazione di popoli indigeni dell’Amazzonia. L’ottantacinque per cento dei suoi quarantaduemila abitanti appartiene a oltre venti gruppi indigeni fra cui Arapaço, Baniwa, Barasana, Baré, Desana, Hupda, Karapanã, Kubeo, Kuripako, Makuna, Miriti-tapuya, Nadob, Pira-tapuya, Siriano, Tariano, Tukano, Tuyuka, Wanana, Werekena e Yanomami.  Gran parte degli abitanti vive nella foresta. L’omonimo comune con i suoi tredicimila abitanti, ingresso per la foresta, di fatto è stato sigillato. Collegamenti aerei e fluviali sono sospesi. Il coronavirus (COVID 19) si sta abbattendo anche sul polmone del mondo, l’Amazzonia. Una donna di vent’anni dei Kokama, gruppo indigeno in Amazzonia brasiliana nei pressi del confine con la Colombia, è risultata positiva al virus, primo caso fra gli indigeni brasiliani. Autoisolamento e barricate cercano di impedire il contagio.

‘Vietato l’ingresso per motivi di salute’. Un villaggio degli indigeni Shuar Tawasap ha deciso di proteggersi dal coronavirus (foto Estalin Tzamarenda)

I popoli indigeni cercano di resistere a un destino che molti ritengono segnato. In Ecuador, alla fine di febbraio, alcune settimane prima che il Presidente Lenin Moreno ordinasse la chiusura del Paese, alcuni appartenenti al gruppo indigeno Shuar Tawasap sulla strada davanti ai loro villaggi hanno messo un cartello con la scritta ‘vietato l’ingresso.’ COVID 19 ha raggiunto una città a dieci chilometri dal loro villaggio. “Se la nostra comunità viene infettata nessuno ci salverà”, ha detto uno dei loro leader, Tzamarenda Estalin. “Usiamo medicine e piante tradizionali, come l’aglio della foresta, zenzero e altre piante che possono pulire la gola.”

Anche in Colombia le comunità indigene hanno deciso di isolarsi. Qui un milione e mezzo di persone appartiene a un centinaio di gruppi indigeni diversi. Molti hanno creato posti di blocco vietando agli estranei di entrare nelle loro terre. Nelle Filippine il virus ha colpito le comunità indigene uccidendo almeno una persona. In Indonesia popolazioni indigene come gli Orang Rimba, si sono isolate. E così in molti villaggi Adivasi dell’India.

Ma l’invasione delle terre indigene fa parte della storia passata e odierna del pianeta. Cominciarono tra il quindicesimo e diciassettesimo secolo gli invasori europei, portando morbillo e vaiolo e decimando le popolazioni indigene. Si ritiene che circa sessanta milioni di persone morirono, fino al novanta per cento della popolazione indigena. Caccia e pesca illegale, disboscamento, attività minerarie, allevamento, agricoltura, azioni missionarie, narcotraffico spingono i popoli indigeni verso l’estinzione. Nell’Amazzonia brasiliana in epoca moderna un’invasione su grande scala ebbe inizio intorno al 1970 con la costruzione di strade e proseguì intensificandosi alla fine degli anni ottanta con l’inizio della corsa all’oro. Prima dell’arrivo dei garimpeiros, i cercatori d’oro, i soli contatti erano venuti da parte di missionari religiosi o cacciatori o raccoglitori di gomma. La febbre dell’oro dei garimpeiros sfociò in violenze contro i popoli indigeni come quella che nel 1993 giunse sulle pagine dei giornali con il massacro di decine Yanomami, comprese donne e bambini.

L’invasione odierna dei territori in Brasile è incoraggiata dall’attuale Presidente Jair Bolsonaro che intende rimuovere le leggi attuali sulla protezione dei gruppi indigeni perché, a suo dire, impediscono la crescita economica. Lo scorso anno decine di garimpeiros hanno invaso le terre dei Waiapi, che vivono in una riserva di seimila chilometri quadrati nello stato di Amapà, nell’estremo nord-est del Brasile, uccidendo un loro leader. In un mese oltre mille chilometri quadrati di foresta sono stati distrutti, due terzi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel Borneo indonesiano in settant’anni metà della foresta pluviale è stata distrutta per far posto a piantagioni di palme da olio, ingrediente primario di molti prodotti alimentari odierni, mettendo in pericolo di estinzione flora, fauna e popolazioni tribali. Mentre la foresta amazzonica brasiliana viene distrutta non solo dai garimpeiros ma anche dai proprietari terrieri e allevatori che stanno trasformando le foreste in pascoli per il bestiame destinato ai grandi mercati alimentari mondiali.

Nella foresta amazzonica vi sono popolazioni indigene mai venute in contatto con persone al di fuori del loro gruppo. Nella valle di Javari, nel nord ovest dell’Amazzonia brasiliana, al confine con il Perù, vi sono una quindicina di gruppi etnici mai entrati in contatto con il mondo esterno. Secondo rilevamenti con aerei ed elicotteri circa duemila indigeni vivono in una ventina di villaggi in un’area ancora inesplorata. Probabile quindi che il loro numero sia considerevolmente più alto. Nessun’altro luogo al mondo può presumibilmente vantare un tale numero di indigeni mai entrati in contatto con l’Occidente. Da anni missionari evangelici tentano di penetrare queste terre. Ora ci stanno riuscendo anche grazie all’aiuto di Bolsonaro. Il presidente brasiliano ha incaricato un missionario evangelico di guidare il dipartimento dedicato ai gruppi indigeni isolati. Un’organizzazione statunitense, Ethnos360, un tempo sotto il nome di New Tribes Mission, ha lanciato un progetto nella valle di Javari. New Tribes Mission in passato è stata fra l’altro coinvolta in casi di abusi sessuali nei confronti di appartenenti al loro gruppo.

Stretti da una parte nella morsa di un governo restio alle istanze dei popoli indigeni e incline ad assecondare gli interessi di gruppi economici senza troppi scrupoli, e dall’altra di un mondo a sua volta in gran parte disinteressato a sostenere vita, cultura e tradizioni delle popolazioni indigene, la strada sembra segnata verso un finale già incontrato nella storia dei popoli di varie parti del pianeta, dagli indiani del Nord America agli aborigeni dell’Oceania. Potranno evitare i popoli indigeni di oggi lo stesso ‘destino’?

I Panará dopo vent’anni di battaglia legale sono riusciti a tornare nella loro terra ancestrale (foto Ailton Costa)

Una speranza, pur se piccola, nasce dal caso dei Panará, gli ultimi discendenti dei Kayapo del sud, un grande gruppo etnico che viveva due secoli fa nel Brasile centrale. Chi si avventurava nel loro territorio veniva attaccato con ferocia. Vivevano isolati fino a quasi cinquant’anni fa, quando il governo decise di costruire una strada attraverso il loro territorio. Insieme alle ruspe arrivarono malattie quali morbillo, influenza, diarrea. Due terzi dei trecentocinquanta Panará morirono nel primo anno di contatto con la civiltà dei bianchi. Con la costruzione della strada, i settantanove sopravvissuti vennero trasferiti in una riserva indigena distante duecentocinquanta chilometri dalle loro terre e abitata da altre popolazioni indigene un tempo a loro ostili.

Incapaci di trovare un ambiente simile a quello originario, decisero di tornare nelle loro terre, degradate dalle attività dei cercatori d’oro e degli allevatori di bestiame. Ma c’era una porzione di foresta ancora incontaminata, cinquemila chilometri quadrati. Dopo una lotta legale portata avanti per vent’anni con l’aiuto di antropologi e organizzazioni per la difesa dei popoli indigeni e dei diritti umani, il primo novembre 1996 il ministro della giustizia decretò che i Panará tornare in quella porzione di foresta ancora intatta. Un’altra sentenza giudiziaria ha garantito loro un risarcimento per i danni subiti in seguito al trasferimento forzato. Secondo gli ultimi dati disponibili risalente a dieci anni fa i Panará sono 437. Stanno ricostruendo le loro vite in un nuovo villaggio, proteggendo la foresta pluviale dalla distruzione e riuscendo ad evitare l’estinzione. Fino a quando?

06.04.2020

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