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Doppio Fallo

Doppio Fallo

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Quando sei anni fa la tennista Peng Shuai riuscì a diventare numero uno al mondo nel doppio femminile dopo aver vinto due tra i maggiori tornei, Wimbledon e Parigi, i media cinesi la definirono l’orgoglio della Cina. Dal 2 novembre scorso in Cina non ne parla nessuno, nonostante i suoi 600mila followers. Sul suo profilo Weibo, una sorta di Twitter cinese controllata dal governo, quel giorno Peng scrisse di aver subito abusi sessuali da Zhang Gaoli, ex vice primo ministro, 75 anni, più del doppio della tennista. La sua lettera aperta è scomparsa dalla piattaforma dopo mezzora, ma non prima che qualcuno riuscisse a fotografare il messaggio. Questa è la traduzione di una parte della lettera: “Lo so che non è facile, ma voglio dirlo. Sono ipocrita. Ammetto di non essere una brava ragazza. Sono una cattiva ragazza. Circa tre anni fa, tu, vice primo ministro Zhang Gaoli, sei andato in pensione, hai contattato il dottor Liu del Circolo tennis di Tianjin e mi hai chiesto di giocare a tennis nel complesso Kangming di Pechino. Dopo aver giocato la mattina tu e tua moglie King Mie mi avete portato casa vostra. Poi mi hai portato nella tua camera. Come quando eravamo a Tianjin più di dieci anni fa hai voluto fare sesso con me. Quel pomeriggio ero molto spaventata. Non mi aspettavo una cosa del genere, con qualcuno che controllava fuori dalla porta. Non potevo credere che per tua moglie andava bene così. Avevamo fatto sesso più di sette anni fa, poi ti hanno promosso alla Commissione permanente (del Partito comunista), sei andato a Pechino e non mi hai più contattato. Ho sepolto tutto nel mio cuore. Non hai voluto assumerti la responsabilità della nostra relazione. Perché sei tornato da me, mi hai portato a casa tua e mi hai costretta a fare sesso con te? Non ho mai acconsentito, ho pianto tutto il tempo. Mi sento come un morto che cammina.”

Insieme al messaggio è scomparsa anche Peng Shuai. L’Associazione tennis femminile (WTA), con base negli Stati Uniti, per giorni ha chiesto notizie della sua iscritta, ignorata da tutti in Cina. I dirigenti del WTA hanno minacciato di annullare tutte le gare previste in Cina il prossimo anno in mancanza di notizie certe sul destino di Peng. Indignazione espressa dai maggiori tennisti del mondo, da Novak Djokovic a Naomi Osaka, ad ex numeri uno come Billie Jean King e Martina Navratilova. Il presidente degli Stati Uniti ha minacciato un boicottaggio diplomatico alle Olimpiadi invernali di Pechino del prossimo febbraio. E qualcuno ha cominciato a suggerire anche il boicottaggio degli atleti. Dopo alcuni giorni un giornale governativo cinese ha scritto di aver ricevuto il seguente messaggio da Peng: “Ciao a tutti, sono Peng Shuai. Non sono scomparsa e sto bene. Mi sto riposando a casa e tutto va bene. Grazie per la vostra attenzione.” E ha aggiunto che le accuse che aveva avanzato non erano vere. Ecco la prova che è tutto a posto, ha commentato la stampa cinese dedicata ai lettori all’estero. Ma non in patria, dove ben pochi sanno delle accuse e della scomparsa di Peng. Il WTA non ci sta ed insiste: una montatura, il messaggio sulla stampa cinese è come quello di un ostaggio, vogliamo parlare con lei direttamente, vederla e sentirla. Crescono le pressioni dall’estero sul governo cinese e sul Comitato olimpico internazionale (CIO) organizzatore delle imminenti Olimpiadi invernali di Pechino. I media cinesi si scatenano su Twitter, proibito in Cina, per mettere a tacere tutto. Il Global Times governativo scrive in inglese che è ora di smetterla di dire che Peng è in pericolo, basta con le accuse contro Zhang ‘su quella cosa di cui la gente parla’. Ma i sospetti dall’estero non si placano, compresi governi francese, tedesco, inglese, australiano. E il WTA non si ferma e insiste: vogliamo vedere con i nostri occhi. In soccorso a Pechino arriva il Comitato olimpico internazionale, che in un video mostra tre suoi funzionari, compreso il presidente Thomas Bach e un rappresentante cinese, che dialogano con la tennista sorridente.

Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale in videochiamata con la tennista Peng Shuai

Alla videochiamata di mezzora prendono parte il presidente del CIO, un funzionario, Emma Terho e un rappresentante cinese, Li Lingwei. L’audio non è udibile. Il video è accompagnato da questa dichiarazione del CIO. “All’inizio della chiamata di 30 minuti, Peng Shuai ha ringraziato il CIO per la sua preoccupazione espressa. Ha spiegato che è al sicuro e sta bene, vive nella sua casa a Pechino, ma vorrebbe che ora la sua privacy fosse rispettata. Preferisce passare il tempo con gli amici e la famiglia in questo momento. Tuttavia, continuerà a essere coinvolta nel tennis, lo sport che ama così tanto. Sono sollevato nel vedere che Peng Shuai sta bene, ed era la nostra principale preoccupazione. Sembrava rilassata. Le ho offerto il nostro sostegno e chiesto di contattarci in qualsiasi momento, cosa che ovviamente ha apprezzato. Al termine della chiamata, il presidente del CIO Bach ha invitato Peng Shuai a cena, quando arriverà a Pechino il prossimo gennaio. Lei ha accettato di buon grado, insieme a Emma Terho e Li Lingwei.”

Una sceneggiata, è la reazione dell’Associazione tennis femminile, che rappresenta la maggioranza delle tenniste al mondo. E il WTA rilancia: basta tornei femminili in Cina, finché non parleremo di persona con Peng Shuai. Annullate tutte le competizioni di tennis in Cina il prossimo anno. Poco dopo arriva anche la reazione statunitense: confermato il boicottaggio diplomatico ai Giochi olimpici invernali di febbraio. Nessun rappresentante del governo americano ad alcuna cerimonia. Australia e Regno Unito hanno deciso di seguire l’esempio degli Stati Uniti. L’Unione Europea sta cercando una posizione comune, difficile da trovare. Un boicottaggio, anche se solo diplomatico, ma su larga scala, scatenerebbe le ire della Cina. Ritorsioni sono già state annunciate. “Gli Stati Uniti pagheranno per gli errori commessi”, ha detto il portavoce del ministero degli esteri di Pechino. Due anni fa un dirigente della squadra di basket americana Philadelphia 76 aveva espresso il suo sostegno per il movimento degli studenti a Hong Kong. La televisione di stato cinese ha immediatamente cancellato tutte le partite del campionato americano NBA, una perdita di 400 milioni di dollari. Lo scorso ottobre un giocatore di basket del Celtics di Boston ha espresso il suo sostegno alla causa del Tibet. Tutte le partite del Celtics sono ora bandite dalla televisione cinese.

La vicenda Peng è la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di accuse alla Cina di non rispettare i diritti umani, di aver organizzato campi di detenzione nella regione del Xinjiang dove giacciono centinaia di migliaia di cittadini della minoranza turcofona degli uiguri, di aver represso le richieste di democrazia a Hong Kong, e di cercare un pretesto per invadere Taiwan. Oltre alla repressione da decenni contro i tibetani.

Secondo il CIO per trattare con la Cina è invece necessario un approccio diplomatico ‘tranquillo’. Ma per il CIO è una questione di miliardi di dollari. Il 90 per cento delle sue risorse economiche deriva da proventi legati ai Giochi olimpici e non può permettersi che la tensione diplomatica o politica possa fare da traino anche a un boicottaggio di atleti o di federazioni sportive nei confronti dei Giochi di Pechino di febbraio. La stessa sopravvivenza della dirigenze del CIO sarebbe a rischio.

La mancanza di trasparenza davanti alle accuse di una tennista di abusi sessuali nei confronti di un ex primo ministro cinese è un grave errore della maggiore organizzazione mondiale sportiva. L’altro grave errore è stato commesso dalla Cina. Pechino ha usato una doppia strategia, prima negando che esistesse un qualsiasi problema di qualsiasi natura e poi cercando di rimediare offrendo in pasto all’opinione pubblica occidentale l’immagine di una tennista sorridente e felice in un’intervista che gran parte degli osservatori ha ritenuto pilotata. Il governo cinese e il suo partito unico al potere non ammettono critiche di alcun genere. Ne è la prova la macchina della propaganda scatenata dal governo cinese pochi minuti dopo la lettera di Peng pubblicata su Weibo. Mentre in patria la vicenda è stata soppressa, al di fuori dei confini la realtà è ben diversa. Secondo l’inchiesta di un gruppo di giornalisti indipendenti americani, subito dopo la cancellazione del post su Weibo, molti dei commenti e post sui social media, in particolare Twitter, sono stati ideati dal governo di Pechino. E dopo aver lasciato su twitter messaggi favorevoli alla versione del governo, gli account sono stati chiusi dagli stessi intestatari.

Sarà molto difficile che il boicottaggio diplomatico americano, anche se seguito da altri Paesi, possa far mutare la politica repressiva del governo cinese. La storia ci insegna che quasi mai boicottaggi ancora più clamorosi hanno sortito gli effetti auspicati. Prima delle Olimpiadi di Berlino del 1936 molti Paesi avevano espresso la volontà di boicottare i Giochi per non essere considerati complici del regime nazista. Alla fine vi presero parte 49 Paesi, più di qualsiasi altra Olimpiade precedente. Nel 1980 gli Stati Uniti insieme ad altri 66 Paesi non andarono ai Giochi di Mosca, in segno di protesta per l’invasione dell’Unione Sovietica in Afghanistan. Quattro anni dopo l’Unione Sovietica e i suoi alleati boicottarono le Olimpiadi di Los Angeles. Nulla cambiò nella geopolitica mondiale. Diverso fu il caso del Sudafrica. Per trent’anni fu negato agli atleti sudafricani di competere nelle gare olimpiche e lo sport diede allora il suo contributo a cancellare il regime di segregazione in un Paese in cui già si era sviluppata una forte resistenza anti-apartheid.

Salvo clamorose svolte i Giochi olimpici invernali di Pechino si svolgeranno regolarmente per miliardi di dollari di motivi. Eventuali azioni di clamorosa protesta da parte di atleti creerebbero certamente imbarazzo internazionale alla Cina ma difficilmente la spingerebbero a mutare la sua politica ferrea contro chi non si conforma al pensiero unico del presidente Xi Jingping. Una forte richiesta specifica alla Cina da parte di molti Paesi, ad esempio quella di smantellare i campi di detenzione nel Xinjang, avrebbe forse qualche possibilità di far breccia. Una possibile conseguenza potrebbe comunque essere un effetto domino in Paesi che come la Cina non tollerano il dissenso. E allora i leader di Paesi come l’Arabia Saudita, Russia, Turchia o India potrebbero non sentirsi più intoccabili.

09.12.2021

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