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Armiamoci e Partite

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mappa libia

“L’Italia fa marcia indietro sulla missione dell’ONU in Libia. Partono  i soldati nepalesi”. Titola così il quotidiano americano Washington Post dopo la decisione dell’Italia di tornare sui suoi passi e di non mandare soldati in Libia. Troppo rischiosa la missione, dice il governo italiano. Ma non per i nepalesi, che avevano già dato la loro disponibilità a inviare cinquemila soldati. Così partono loro. La coalizione internazionale in Libia a guida italiana salta, almeno per ora, causa eccessivo pericolo.

Nessuno si  illude che sia un compito facile mettere fine al caos in Libia. La difficoltà di un’operazione militare è ben nota. Il Paese è spaccato in due, con un governo di unità nazionale a Tripoli  guidato da Fayez  Al Serraj, riconosciuto dall’ONU, ma di fatto non nell’est della Libia, dove  Francia ed Egitto appoggiano il generale Khalifa Haftar, capo delle forze armate libiche che rispondono al Parlamento di Tobruk. Il futuro ruolo del generale Haftar nella nuova Libia è considerato l’ostacolo che sta ritardando la fiducia al governo di unità nazionale da parte del Parlamento di Tobruk.  E ritarda anche l’offensiva contro Sirte dove comanda  Daesh, noto anche come Isis.

L’Italia da mesi insiste sulla necessità di stabilizzare la Libia e ha offerto la sua disponibilità a guidare un contingente internazionale, previa richiesta da parte del governo libico. La presenza di un contingente militare internazionale ben equipaggiato potrebbe inoltre creare un’immagine di stabilità nella popolazione libica. Anche gli alleati occidentali considerano la partecipazione militare dell’Italia in Libia essenziale, vista la vicinanza geografica e i legami economici, politici, diplomatici e storici fra i due Paesi.  Solo due mesi  fa era stata ventilata l’ipotesi dell’invio di cinquemila soldati italiani, ma un mese dopo la cifra veniva ridimensionata a novecento. Renzi ha più volte escluso una ‘invasione’ della Libia ma non ha mai chiarito con esattezza il ruolo di un’Italia militare in Libia. Poi, il 15 maggio scorso, la decisione:  troppi rischi, non si parte. “Forse la sola cosa che l’Italia farà in Libia”, ha detto il ministro della difesa Roberta Pinotti, “è proteggere la nostra ambasciata. Oppure invieremo consiglieri militari per addestrare le forze armate”. Ben altra cosa che una coalizione militare internazionale a guida italiana.

La domanda ovvia  e retorica è a cosa serva un contingente militare se non a riportare l’ordine. L’ambulanza arriva quando ci sono dei feriti, non quando tutti stanno bene. I soldati servono non per le parate ma per operazioni militari. La decisione del governo italiano di non partire ha riportato a galla stereotipi  mai del tutto sopiti. Circola da anni in Europa una barzelletta, soprattutto tra inglesi e tedeschi, sugli italiani. Domanda: “Sapete quante marce ha un carro armato italiano?” Risposta: “Una avanti e quattro indietro”. E tutti a ridere. Insomma, una sorta di ‘sapete…tengo famiglia’.  Al di là della metafora militare, è in ballo il concetto di affidabilità, legato anche agli eventi dell’ultima guerra. Ma ben prima della seconda guerra mondiale, nel 1891, nel Novo Dizionario Universale della Lingua Italiana di Policarpo Petrocchi compariva la frase ‘armiamoci e partite’, poi ripresa sei anni dopo dal poeta Olindo Guerrini nel suo poema ‘Agli Eroissimi’. Scritta per deridere  la retorica militarista, divenne popolare nel clima polemico che aveva portato alle dimissioni del governo Crispi nel 1896 dopo la disfatta nella  battaglia di Adua. Alcuni versi recitano così:

«Ah, siete voi? Salute, o ben pensanti / in cui l’onor s’imbotta e si travasa / Ma dite un po’, perché gridate “avanti!” / e poi restate a casa? / Perché, lungi dai colpi e dai conflitti / comodamente d’ingrassar soffrite / baritonando ai poveri coscritti / “armiamoci e partite?” / Partite voi, se generoso il core / sotto al pingue torace il ciel vi diede / O Baiardi, è laggiù dove si muore / che il coraggio si vede…

20.05.2016

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