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C’era una volta la democrazia in India

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I giardini di Raj Ghat si trovano vicino al centro di Nuova Delhi. Un parco curato, poco affollato tranne alla domenica. Su una piattaforma di marmo in una teca di vetro una fiamma è sempre accesa. I capi di stato e di governo in visita in India passano tutti di qua. Le ceneri della grande anima dell’India sono da 75 anni a Raj Ghat, vicino al luogo dove venne cremato. Mahatma Gandhi nel 1947 riuscì a liberare l’India dal colonialismo inglese senza sparare un solo colpo di fucile. Ma la spartizione dell’impero britannico, venne pagata al prezzo di due milioni di morti durante l’esodo da e per India e Pakistan appena indipendenti. Gandhi lottò per una nazione laica, senza divisioni dove indu e musulmani potessero convivere in pace. Un estremista indù lo uccise per questo. Era il 30 gennaio 1948.    

La fine del colonialismo ha poi consentito al Paese di crescere rapidamente, demograficamente, economicamente e politicamente, diventando leader fra i Paesi non allineati, senza sconti verso le potenze occidentali e con un occhio di riguardo verso l’Unione Sovietica. Grazie anche a una stampa indipendente l’India è riuscita a conservare il suo ruolo primario nel mondo cercando anche di vigilare su i suoi problemi endemici quali la corruzione. Per decenni l’India è stata considerata il portabandiera fra coloro che non amavano schierarsi a Est o a Ovest, in Africa come in Asia. E’ un Paese leader nella tecnologia informatica, è la quinta potenza economica del mondo e sta per diventare la più popolosa nazione del pianeta. 

Ma è al centocinquantesimo posto nell’indice della libertà di stampa compilato ogni anno da Reporters Sans Frontières, appena cinque gradini più in alto della Russia. E quando la stampa viene silenziata o asseconda chi è al potere la democrazia se ne va. C’era una volta la più più grande democrazia del mondo. Come è potuto accadere?

I padri fondatori dell’India Mahatma Gandhi e Jawaharlal Nehru avevano una visione laica, necessaria per preservare la pace sociale. La Costituzione elenca ventidue lingue regionali. In realtà sono oltre settecento le lingue parlate, alcune diverse tra loro come l’italiano dal cinese. Quattro religioni sono nate in India, dove convivono centinaia di gruppi etnici. Per non parlare della millenaria suddivisione delle caste che la legge dice di non volere ma impossibili da abolire nella vita quotidiana.  Anche per tutto questo la laicità dello stato fin dall’indipendenza è rimasta fulcro della nazione.

Dal 2014 non è più così. Il partito del Congresso aveva dominato la politica quasi sempre dall’indipendenza ma nove anni fa lo scettro è passato nelle mani del partito Bharatiya Janata (BJP) di ispirazione indu, sotto la guida di Narendra Modi, attuale primo ministro. La sua ascesa al potere è cominciata quando era governatore del Gujarat, lo stato dove nacque Mahatma Gandhi. Il Gujarat con Modi era riuscito a crescere economicamente molto più di altre regioni indiane e cominciò a circolare l’idea che Modi mirasse a trasferirsi a Nuova Delhi. 

Una spinta decisiva la ottenne nel 2002 dopo un incendio scoppiato in un treno che riportava a casa fedeli indu da un pellegrinaggio. 58 persone morirono tra le fiamme. Qualcuno sparse la voce che fosse stato appiccato da gruppi di musulmani. Nessuna inchiesta riuscì a stabilirne la causa. Ma si scatenò la rabbia della folla inferocita. Morirono un migliaio di persone, in gran parte musulmani. Molti bruciati vivi nelle loro case comprese donne e bambini, davanti alle forze dell’ordine che osservavano senza intervenire. Modi venne sospettato di complicità o di aver dato carta bianca ai manifestanti di fare piazza pulita a modo loro. O comunque di non aver cercato di contenere la rabbia. Il Paese era diviso, ma gran parte degli indù scelse di stare con Modi e il BJP. Le elezioni del 2014 furono per Modi un trionfo. Posero fine a quasi settant’anni di potere del partito del Congresso. La vittoria elettorale venne confermata cinque anni dopo e le previsioni per il voto dell’anno prossimo sono ancora favorevoli a Modi. Ma la tensione cresce in un Paese che era riuscito, talvolta a fatica,  a mantenere pace sociale e rispetto fra la miriade di comunità. Ora con Modi gli indù si sentono più forti, i musulmani più deboli. 

L’unica regione a maggioranza musulmana dello stato federale dell’India, il Kashmir, nel 2019 perse l’autonomia costituzionale passando sotto il governo diretto del governo centrale.  Quello stesso anno una legge approvata dal Parlamento ha concesso la cittadinanza indiana alle minoranze perseguitate giunte in India prima del 2015 da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh ma solo se sono indù, sikh, cristiani, parsi, buddisti o giainisti. La cittadinanza non è concessa ai musulmani. Per la prima volta viene approvata nell’India laica una legge che discrimina in base all’appartenenza religiosa.             

Din dall’ascesa al potere nell’agenda di Modi accanto alla crescita economica c’è l’hindutva. Si può tradurre come induizzazione del Paese: l’India appartiene agli indu, cioè all’ottanta per cento di una popolazione che sfiora il miliardo e mezzo. Il corollario è che duecento milioni di musulmani si sentono marginalizzati, cittadini di seconda classe. Hindutva e induismo non sono sinonimi. L’induismo è la più grande religione dell’India ed è tollerante nei confronti delle altre religioni ma la laicità dello stato contrasta con la visione di un nazionalismo indù, ancor più se usato a scopo politico.  

Hindutva è un’ideologia politica perseguita dall’estrema destra indu e che mira ad una maggioranza omogenea e a una egemonia culturale. L’RSS – Organizzazione Nazionale Volontaria –  è un’organizzazione paramilitare nazionalista indù presente nella società indiana e di cui fa parte anche Modi. 

Da un decennio la popolarità del primo ministro non è messa in discussione, grazie al sostegno della popolazione indù, a un opposizione in parlamento debole e a una stampa accondiscendente. E pochi mesi fa la Corte Suprema ha chiuso la vicenda del massacro dei musulmani del Gujarat non trovando elementi per implicare l’allora governatore. Ma la vicenda ancora sembra aleggiare sulla figura di Modi. Anche perché non è mai stato accertato ciò che accadde veramente prima, durante e dopo il massacro. Un documentario della BBC dal titolo “India: la questione Modi”, andato in onda il mese scorso nel Regno Unito, è tornato sulla vicenda. Gran parte di ciò che racconta è ben noto in India ma è stato aggiunto un rapporto segreto del governo britannico che ritiene Modi  ‘direttamente responsabile per il clima di impunità’ che ha consentito la violenza di quei giorni nel Gujarat. 

La BBC ha messo il dito sulla piaga e Modi non ha gradito. La reazione del governo indiano è stata dura. Invocando leggi di emergenza ha bloccato la distribuzione del documentario e ha ordinato a YouTube e Twitter di eliminare i link che condividevano il primo episodio del documentario. All’Università di Delhi è stata tolta la corrente elettrica per impedire agli studenti di assistere a spezzoni del documentario. Ma sono riusciti a vedere qualcosa su internet. Molti giovani  sono stati detenuti. Non è bastato. Dopo poche settimane una decina di agenti della polizia tributaria ha fatto irruzione negli uffici della BBC a Nuova Delhi, sequestrando documenti. Alcuni giorni dopo le autorità hanno riferito di aver trovato irregolarità amministrative e fiscali. Il portavoce del BJP ha definito la BBC ‘la più corrotta organizzazione del mondo’. “E’ un attacco alla stampa libera che contraddice palesemente l’impegno dichiarato del paese per gli ideali democratici”, ha denunciato il CPJ, il Comitato per la protezione dei giornalisti, organizzazione non profit per la libertà di stampa nel mondo. 

Non è la prima volta che viene usata una tattica intimidatoria dall’attuale governo indiano contro chi osa mettersi contro. Bloccare i fondi è la scelta preferita per mettere a tacere chi critica il governo. E’ accaduto ad Amnesty International. Chiuso il suo conto bancario, è stata costretta ad abbandonare la sua attività in India. Il governo ha anche ampliato i poteri per censurare i contenuti online e ha recentemente proposto una legislazione che chiede ai social media di rimuovere gli articoli di notizie identificati come “falsi”. 

Da quando Modi è al potere i giornalisti critici del governo rischiano la carriera e talvolta la vita. Gauri Lankesh, giornalista del Lankesh Patrike, settimanale fondato dal padre a Bangalore, ha ricevuto il Premio Anna Politkovskaya per la sua lotta a favore dei diritti delle donne  e contro la discriminazione basata sulle caste. Ha lottato per fermare lo sfratto di tremila persone  dalla loro terra di un villaggio tribale. E ha portato avanti un costante impegno per le minoranze, i poveri, le donne, gli emarginati. Alle otto di sera del 5 settembre 2017 stava rientrando a casa dall’ufficio. Mentre apriva la porta dell’ingresso tre persone hanno sparato sette colpi di pistola, uccidendola all’istante. Secondo la polizia gli assassini fanno parte di un’organizzazione suprematista indù. Il processo si svolgerà a porte chiuse, senza la presenza della stampa. Apparentemente per minacce rivolte a testimoni.  

Il CPJ  pubblica l’”indice di impunità globale”, la lista dei casi di giornalisti uccisi non risolti. Al primo posto la Somalia, l’India è all’undicesimo. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch l’ideologia del BJP per la supremazia indù si è infiltrata nel sistema di giustizia e dei media legittimando i sostenitori del partito a minacciare e attaccare le minoranze religiose e in particolare i musulmani, con impunità.  

Quando la libertà di stampa viene messa nel mirino perde l’intero Paese. La scelta più conveniente è l’autocensura. Il Cane da Guardia non controlla più le mosse del potere e la democrazia è in pericolo. Questo sta accadendo nell’India di oggi. 

Ma anche la politica di oltre mezzo secolo ha il suo mea culpa da recitare. Il partito del Congresso di Jawaharlal Nehru, primo leader dell’India, ha guidato quasi ininterrottamente il Paese dall’indipendenza fino al 2014, ma diventando un affare di famiglia. Indira Gandhi, figlia di Nehru, (nessun legame don Mahatma Gandhi) contribuì certamente al progresso sociale, economico e politico del suo Paese, anche se per due anni guidò con il pugno di ferro dell’emergenza. Poi toccò a suo figlio Rajiv Gandhi governare l’India fino alla sua tragica morte, ucciso da un’appartenente al gruppo indipendentista tamil di Sri Lanka. Poi fu la volta di Sonia Gandhi, italiana di nascita, moglie di Rajiv e nuora di Indira. Sonia non è mai stata primo ministro ma ha di fatto mantenuto lo scettro del partito e perciò del Paese fino all’ascesa di Modi e del BJP. Ora la guida del Congresso è in mano al figlio Rahul Gandhi. Al suo fianco la sorella Priyanka. Dietro di loro nessuno. In quasi settant’anni al potere il Congresso non è riuscito a far emergere politicamente alcuna persona al di fuori della famiglia Nehru-Gandhi. 

La centralità dell’India nello scacchiere geopolitico mondiale rende la questione democrazia più complessa. L’India è considerata dai paesi occidentali un baluardo contro le mire espansionistiche della Cina. Sulla guerra in Ucraina la sua posizione è ambigua. Quest’anno l’India ha la presidenza dei paesi del G20 e ospiterà la riunione annuale dei capi di stato e di governo dei maggiori paesi al mondo. Tutto questo, accompagnato dalla sua crescente forza economica spinge molti paesi a chiudere entrambi gli occhi sulla deriva antidemocratica dell’India. Nessun paese ha criticato la situazione in India dei diritti umani, del rispetto dei principi democratici, dell’indipendenza del sistema giudiziario e della laicità dello stato. Neanche  la Gran Bretagna, guidata ora da un primo ministro indiano di religione indù. 

Neppure la guerra in Ucraina sta scalfendo il disinteresse nel mondo per i diritti umani, non solo in India ma nel mondo intero. India e Russia continuano a mantenere rapporti cordiali e la guerra in Ucraina non ha eroso  la simpatia storica fra Mosca e Nuova Delhi. Il rispetto per i diritti umani e per il dissenso non fa parte del patrimonio genetico né sovietico né post-sovietico. E ora neppure dell’India di Modi.

Paradossalmente lo scorso anno Modi si è unito ai leader dei G7 offrendo sostegno  alla libertà di espressione e di opinione e per una stampa libera e indipendente. Il presidente del consiglio italiano Giorgia Meloni si recherà presto in visita in India. Difficile pensare che l’Italia porrà interrogativi sul rispetto dei diritti umani al Paese considerato – un tempo – la più grande democrazia del mondo. Verrà detto che è una visita per rinsaldare i rapporti commerciali, per fare business insomma. E’ accaduto con la Cina e accadrà con l’India. I musulmani possono aspettare. E’ così nella Cina di Xi Jingping ed è così nell’India di Narendra Modi. 

Agostino Mauriello

26 febbraio 2023

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