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Il Sogno di Xi Jinping

Il Sogno di Xi Jinping
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Xi and Mao

Esistono ancora i diritti umani? Dalla Cecenia a Myanmar a Sri Lanka alla Siria allo Yemen…il mondo intero è stato preda di barbarie dall’inizio di questo secolo. C’era una volta un Paese che mostrava irritazione quando le delegazioni straniere, incontrando le autorità locali, puntualmente sollevavano la questione del rispetto dei diritti umani.  Era una sorta di rito. Una finzione in cui si esprimeva preoccupazione per la situazione riguardante gli oppositori politici, o chi gli difendeva. Dall’altra parte, chi era costretto ad ascoltare queste formali rimostranze, fingeva irritazione. L’importante era che nulla cambiasse. Oggi, a suon di contratti, intese e memorandum il rischio di irritare questo Paese, la Cina, non esiste più. Rito e finzione sono stati eliminati. Nonostante la Carta delle Nazioni Unite la questione Diritti Umani di fatto non esiste più.

La macabra classifica mondiale degli orrori oggi pone la Cina ai primi posti nel mondo. Non si tratta solo del numero delle persone ‘giustiziate’. L’argomento diritti umani è semplicemente tabù. In seno al Consiglio per i diritti umani la Cina esprime sistematicamente voto negativo in tutti i casi in cui si giunga a risoluzioni sui diritti umani o interrompe i relatori che vi siano invitati o intimidisce chi difende i diritti umani durante le sessioni del Consiglio. E costruisce una narrazione falsa della realtà rispetto alla situazione dei diritti umani.

La Cina è membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto.  E’ un Paese dotato di armi atomiche e sta rafforzando considerevolmente il suo arsenale anche convenzionale. Da anni sta ampliando a suon di investimenti la sua sfera di influenza in tutti i continenti. Con la Russia ormai in declino, alle prese con gravi problemi economici e sociali e con l’Unione Europea che non riesce a diventare politicamente adulta, la Cina è l’unica potenza a fare da contraltare agli Stati Uniti. La sua influenza sulla sfera internazionale va aumentando mentre gli Stati Uniti continuano il loro disimpegno militare e politico dal mondo.

La Cina da tempo sta coltivando un suo sogno: diventare l’alternativa a un futuro occidentale e americano. E’  il sogno cinese portato avanti dal suo presidente Xi Jingping, che intende realizzarlo attraverso due grandi iniziative. La prima è una corsa agli investimenti nel continente africano. A suon di crediti la Cina riesce ad ottenere grandi concessioni. Nelle opere infrastrutturali quasi sempre viene impiegato personale solo cinese. Il porto di Hambantota a Sri Lanka è stato ampliato grazie a un massiccio prestito cinese. Ma dopo alcuni anni il governo di Sri Lanka si è trovato in difficoltà con i pagamenti e dopo un lungo negoziato ha dovuto concedere l’uso esclusivo alla Cina per 99 anni del porto che si presume sarà utilizzato anche per scopi militari e che si trova a due passi dall’India, grande rivale della Cina. In Africa la Cina sta finanziando lo sviluppo di una quindicina di porti e lo scenario visto a Sri Lanka rischia di ripetersi.

L’altro grande progetto va sotto il nome di One Belt One Road Initiative, conosciuto anche come La Via della Seta. Secondo McKinsey and Company, una delle maggiori società di consulenza del mondo, si tratta di un progetto molto ambizioso, con creazione di vie marittime dal Sudest asiatico fino a Venezia, compresi porti e strade di accesso che copriranno il 65 per cento della popolazione mondiale, un terzo dell’economia mondiale e un quarto di tutti i beni e servizi del mondo. I prodotti cinesi potranno così giungere ovunque. Nonostante le perplessità di altri Paesi dell’Unione Europea l’Italia lo scorso anno ha firmato un’intesa con la Cina che apre la strada agli investimenti cinesi proprio nell’ambito di questa iniziativa.

Anche il Vaticano sembra adeguarsi. La Santa Sede è il più importante dei 15 Paesi al mondo – quasi tutti piccoli stati dell’America centrale o isolette caraibiche o dei Mari del Sud – che ancora riconoscono Taiwan, l’isola ‘ribelle’ che la Cina vorrebbe conglobare nella madrepatria, in cambio della sua versione di ‘un Paese, due sistemi’, sulla falsariga di Hong Kong. In Cina per decenni sono esistite due chiese cattoliche, una ufficiale controllata dallo stato e una cosiddetta clandestina, o sotterranea, che fa capo al Vaticano. Nel 2018 Cina e Vaticano hanno raggiunto un accordo ma i dettagli rimangono segreti. Si sa che i vescovi vengono nominati da Pechino dopo consultazioni con Roma e che i membri della chiesa clandestina hanno la facoltà di aderire alla chiesa patriottica controllata da Pechino. L’opzione di adesione cui si riferisce il Vaticano, a Pechino è diventata un obbligo. Chi non lo rispetta viene perseguitato.  Fra non molto anche il Vaticano potrebbe aggiungersi ai Paesi che anno dopo anno stanno liberandosi dall’abbraccio diplomatico con Taiwan per stringere la mano alla Cina.

La seconda potenza economica del mondo fra qualche anno diventerà prima. Ma mentre gli Stati Uniti possono godere di una solida democrazia, alternando alla guida personalità politiche di estrazione e ispirazioni diverse, la Cina ha un uomo solo al comando. E lo sarà per sempre. Così ha sancito il suo presidente Xi Jingping, 66 anni, figlio di uno degli eroi della Lunga Marcia di Mao Zedong. Nel 2018 ha eliminato la regola dei due mandati aprendo la strada alla sua presidenza a vita.

La sua ascesa al potere iniziò dopo gli studi di ingegneria. Entrò nel Partito Comunista Cinese (PCC) a 21 anni e venne notato dall’allora Segretario del partito, Hu Jintao. Con il suo appoggio Xi diventò vicepresidente della Repubblica. Si mise in evidenza per la gestione delle Olimpiadi di Pechino 2008 e per la sua abilità nel tessere relazioni internazionali soprattutto con Paesi in via di sviluppo, offrendo loro un’alternativa a un futuro guidato non dagli Stati Uniti. Sette anni fa il Congresso Nazionale lo elesse Segretario del PCC, Presidente della Commissione Militare e Presidente della Repubblica. Le tre cariche più prestigiose del Paese in una sola persona.

Da allora ha cambiato radicalmente la rotta della politica cinese con una serie di misure liberticide incentrate sul culto della personalità e sul nazionalismo e aumentando il controllo del partito sull’esercito. E ha lanciato una campagna anticorruzione volta a sostituire gli oppositori interni con uomini fidati. Il PCC rimane l’unico partito legittimato a governare, anche se viene permessa la fondazione di altri partiti, seppur solo con ruolo di cooperazione e non di opposizione. Il sistema sembra stabile e apprezzato dalla popolazione. La repressione di piazza Tiananmen e della primavera cinese della fine degli ottanta è servita. Vengono organizzate spesso parate militari per aumentare il senso di nazionalismo cinese.

Poco dopo la sua salita al potere, è cominciato il controllo di Internet. I giganti dei social media sono stati esclusi e sostituiti da versioni locali, che mettono a disposizione solo contenuti censurati. Due anni fa il governo cinese ha iniziato a caldeggiare l’uso dell’app di WeChat, usata come strumento di controllo sulla società. Un anno fa il governo ha lanciato l’app Xuexi Qiangguo, letteralmente “studiare per rendere forte la Cina”. E’ un’app di messaggistica, notizie e social media diventata la più popolare del Paese. Divulga contenuti propagandistici del regime. Il suo utilizzo è ‘raccomandato’ a studenti, giornalisti, dipendenti statali. Ogni volta che viene usata si guadagna un punto, se si risponde ai quiz altri punti, se si indovinano le risposte ancora più punti. Le notifiche che si ricevono ogni giorno vanno dalle attività del presidente Xi, alla ‘citazione del giorno’, ovviamente del presidente, alle ‘canzoni patriottiche’, ai corsi online di cultura tradizionale cinese. Un punteggio alto conferisce prestigio sociale fra i compagni di classe, fra gli iscritti al Partito e fra i colleghi di lavoro e i punti ora possono anche essere scambiati per avere sconti al ristorante, regali e biglietti per varie attività. E’ l’app del Pensiero di Xi Jinping, l’insieme della sua visione del mondo. Audrey Jiajia Li è una giornalista del South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong: “Mi ricorda  i miei anni di scuola nelle aule cinesi” racconta, “il linguaggio grandioso, ripetizioni senza fine, risposte obbligate, la classifica dei ragazzi e il loro punteggio esposta al pubblico, le memorie collettive di studenti cinesi per intere generazioni.” A più di quarant’anni dalla morte di Mao il libretto rosso è stato sostituito da un’app, che come allora promuove il pensiero e gli insegnamenti del leader di oggi.

xinjiang

Ma un’app certamente non basta per un controllo capillare della società in stile Grande Fratello. Dopo la persecuzione dei buddisti tibetani nella regione del Tibet cominciata negli anni cinquanta e continuata fino ad oggi, tocca ora ai musulmani uigur subire un genocidio culturale. Nella regione nord occidentale del Xinjiang vivono oltre venti milioni di abitanti, metà dei quali uigur, musulmani turcofoni. Dieci anni fa la morte di due uigur durante scontri con un gruppo di cinesi di etnia han, maggioritaria nel resto della Cina ma non nel  Xinjiang, fu l’origine di disordini che portarono all’intervento della polizia. I morti furono duecento. Negli ultimi anni il governo centrale ha deciso di reprimere qualsiasi richiesta di maggiore autonomia da parte degli uigur e come in Tibet sta incentivando l’insediamento di cittadini di etnia cinese han nella regione per diluire la presenza degli uigur e renderli una minoranza.  Ha anche intrapreso una politica di ‘rieducazione’ della comunità uigur, allestendo un migliaio di campi dove sono state internate circa un milione di persone. Secondo le autorità si tratta di centri di formazione professionale e istruzione per la prevenzione del terrorismo. L’obiettivo dichiarato è di liberare le loro menti in modo possano apprendere gli insegnamenti impartiti dalle autorità.

Ciò che sta accadendo nella regione occidentale del Xinjiang è stato rivelato con chiarezza da inchieste giornalistiche portate avanti grazie al Consorzio di giornalisti investigativi, una rete di reporter di tutto il mondo, e da un documento segreto ottenuto dal New York Times: 403 pagine approvate dal presidente Xi, in cui viene descritto dettagliatamente il comportamento che le autorità locali devono tenere nella comunità degli Uigur, popolazione maggioritaria nella regione, dieci milioni di persone turcofone, di religione musulmana. L’obbiettivo è ‘integrazione’. Sono costretti a seguire corsi di studio incentrati sulla cultura e la lingua Han-cinese e scoraggiati nello studio e nella pratica dell’Islam.  Germania e Regno Unito hanno esortato la Cina a consentire agli osservatori delle Nazioni Unite un “accesso immediato e senza restrizioni” ai centri di detenzione nello Xinjang. Il governo cinese ha descritto i documenti trapelati come “pura fabbricazione e notizie false” e finora ha solo consentito alcune visite guidate per persone selezionate.

campo di detenzione 2

Ma I documenti non lasciano dubbi su ciò che sta accadendo. Un manuale descrive in dettaglio l’impostazione e la gestione dei “campi di formazione professionale”, spiegando come “prevenire la fuga”, “prevenire i problemi” attuando norme rigorose, stabilire una “copertura completa della videosorveglianza” nei dormitori e nelle aule. Le sessioni di studio sono tutte in cinese mandarino e non in uigur, l’unica lingua che gran parte dei detenuti conosce. Si concentrano sulla “de-estremizzazione” e hanno lo scopo di “risolvere le contraddizioni ideologiche” e promuovere “il pentimento e la confessione da parte degli studenti affinché comprendano profondamente la natura illegale, criminale e pericolosa del loro comportamento passato”.

Testimoni oculari descrivono la routine estenuante all’interno dei campi. Una donna uigura, Mihrigul Tursu, afferma di essere stata detenuta in uno dei campi, separata dai suoi tre bambini, indottrinata e torturata prima di essere rilasciata, per poi sapere che una delle sue figlie era morta mentre mera detenuta. La donna ha testimoniato davanti alla Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina il 28 novembre 2018. La sua situazione ha catturato l’immaginazione di un disegnatore di fumetti giapponese che le ha dedicato un fumetto, diventato virale su Internet e tradotto in inglese, uigur, arabo e in altre lingue. Tutto questo non è un romanzo ma è la Cina odierna. Quella che non si vede. “Prendete tutti quelli che devono essere presi” è l’ordine impartito dal presidente cinese alle autorità locali. I ‘sintomi’ del radicalismo religioso devono essere immediatamente curati. E così centinaia di migliaia di uigur e kazaki di fede musulmana, forse un milione, giacciono in campi di prigionia in molte zone del Xinjiang. La ‘rieducazione’ continua anche per più di un anno, finché i’sintomi’ non scompaiono.

Xinjiang docs

Documenti segreti spiegano ai funzionari locali cosa rispondere agli studenti che tornano al loro paese per le vacanze quando non trovano a casa i genitori internati nei campi di ‘rieducazione. Ma il regime ha pensato anche a questo. Ha istruito alla lettera le autorità locali sul comportamento da tenere davanti all’angoscia e smarrimento dei figli che non trovano più i loro genitori. La documentazione fatta pervenire da fonti anonime alla stampa è agghiacciante e ha un sapore orwelliano. Se chiedono se i genitori siano stati portati via per aver commesso un crimine la risposta da dare è no “…è solo che la loro mente è stata infettata da pensieri malsani. Saranno liberi  quando il ‘virus’ nella loro mente sarà sradicato e torneranno in salute…”

I documenti dimostrano che non ci sono più soltanto cittadini di Hong Kong a sfidare il regime cinese. La cortina di silenzio sta mostrando qualche crepa, per ora soprattutto in forma anonima, per il prezzo altissimo che rischia di pagare chi si azzarda a criticare il sistema. Un numero crescente di cittadini sembra ora disposto a correre questo rischio. Difficile tuttavia che queste crepe pervadano su larga scala una società cinese destinata a diventare rapidamente classe media benestante. Difficile che sia rifiutata l’offerta del regime di ottenere benessere economico in cambio della sottomissione e del silenzio. Ancor più difficile che Europa e Stati Uniti vengano in soccorso di chi dissente dal regime. Gli interessi economici sempre prevalgono sui diritti umani. Soprattutto quando un Paese si avvia a diventare la prima economia del mondo.

25.01.2020

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